Ciccio M.5 Aprile, 2018
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Le trame che compongono la tela dello scioglimento del consiglio comunale lametino, sono trame note, che non hanno mai nascosto la loro presenza o agìto nell’anonimato. Il loro operare comporta il loro manifestarsi, il dichiararsi presenti e vigili. Non a caso le intimidazioni sono in grado di squarciare il silenzio che avvolge una tarda sera o l’alba di un nuovo giorno. Se tutto può dirsi, sicuramente non ci si può dichiarare sorpresi: non è un fulmine a ciel sereno.

I ranghi della vita imprenditoriale, politica – e dunque della vita democratica del territorio – hanno sempre dimostrato di essere penetrabili dalle cellule di ‘ndrangheta, senza che sorgesse a contrasto un’adeguata defezione pubblica. Ciascuno è consapevole – o per esperienza diretta, o per notizia di cronaca- delle larghe maglie che il tessuto sociale lametino offre alla criminalità. Il negazionismo è stroncato sin dal nascere da quando ogni semestre una relazione della Dia delinea i profili dell’attività criminale, da quando periodicamente le Procure intervengono con nuove inchieste ad arresti.

Sebbene nessuno possa dirsi contrario ad un dibattito che intenda affinare uno strumento giuridico per migliorarne le capacità di amministrazione dei fenomeni su cui agisce, offuscare con una simile discussione il dibattito circa le ragioni per cui la delega della rappresentanza collettiva sia ancóra ancorata a logiche di scambio, senza che vi sia alcun contrasto, rischia di diventare intollerabile.

Anche per ragionare su una normativa che ha dimostrato di non esser determinante per risolvere la questione, per coerenza di fondo, bisognerebbe ammettere un problema molto più grave: la persistenza del fenomeno incriminato, che ha responsabili e nasce da specifiche condotte. Queste condotte richiedono di essere messe sotto inchiesta, e non unicamente uno strumento normativo che al momento della sua adozione veniva considerato l’atto dovuto con cui lo Stato, finora debole nella sua azione di contrasto, segnalava la volontà di rivendicare finalmente la sua autorità.

Lo strumento normativo non è causa di mali, ma ne è conseguenza. Non è un automatismo casuale, ma sorge da presupposti tanto gravi da non potere essere privati dell’attenzione che meritoriamente reclamano. Non si può sorvolare le ragioni di fondo che hanno portato all’applicazione dell’istituto. Non si può pensare che sia un problema di normativa.

Come se le gravi cause che deterioravano già ventisei anni fa la rappresentanza locale, conducendo al primo scioglimento, non si fossero più ripresentate e fosse stato ripristinato il principio democratico che dovrebbe essere proprio di ogni territorio. Come se non vi fossero ancóra contrade dove i clan, grazie alla loro capacità di influenza, spostano a proprio vantaggio

borsini di consensi elettorali determinanti ai fini della composizione del consiglio. Le movimentazioni elettorali distorte in alcuni seggi, su cui relazionò il Ministro Scotti nel ’91, non furono un unicum esclusivo di quegli anni.

E se tra coloro che sono in grado di emendare su questioni di profonda delicatezza – quali le pianificazioni urbanistiche, le pianificazione di opere pubbliche, l’organizzazione e la concessione di pubblici servizi – risultano presenti consiglieri, seppur minoritari, contigui alle logiche di criminalità organizzata, una dialettica arroccata sull’inadeguatezza della normativa vigente annichilisce ogni possibilità di fare ammenda sulle larghe maglie che la rappresentanza politica locale conserva al fenomeno mafioso, rendendo così vano ogni percorso di commissariamento.

Perché laddove non vi è dibattito non c’è speranza di cambiamento. Perché laddove non vuole il collettivo, non può lo Stato. E nella sua azione solitaria di contrasto alla radice del fenomeno lo Stato non riesce se non è accompagnato dal collettivo.

E seppur si mantengano intatti i dubbi che accompagnano la normativa vigente, la bontà dell’azione amministrativa sciolta e il rammarico per la sospensione delle istituzioni politiche locali, appare non possibile voltare le spalle all’azione di contrasto che lo Stato intraprende. Tutt’altro, v’è profonda esigenza di accompagnarla con l’azione di un civismo responsabile che sia indagatore e per le sue possibilità risolutore delle radici contestate.

Seppur l’azione con cui lo Stato interviene possa essere contestata nei modi con cui si articola, rimane pur sempre un’azione di contrasto alla criminalità che inaugura un capitolo della vita della città nei confronti del quale l’interesse collettivo dovrebbe essere destinato a ché vengano scritte le migliori pagine per un proseguo autonomo della narrazione, affinché non si ripresentino gli stessi errori; e non ché ad una compartecipazione collettiva di fondo si contrapponga una battaglia di circostanza contro chi è stato legittimato a scriverle.

È necessario, ora più che mai, essere a fianco delle Istituzioni e collaborare con esse per garantire che quel capitolo possa lasciare, al suo concludersi, i frutti per cui è stato scritto e per i quali il prezzo richiesto è uno dei più alti prezzi possano esser mai chiesti ad una collettività.

Giovanni Nicolazzo