Non c’è due senza tre

Tre volte in ventisei anni. Il fluire del tempo non sempre è progressivo, come l’esperienza e la speranza ci suggeriscono, ma a volte disintegra il presente nel passato e scorre a ritroso. Sembra di essere nella metafisica dell’eternità di Borges e invece siamo nella più prosaica Lamezia Terme, segnata da inquietanti ritorni.

Alla vigilia del suo cinquantesimo anniversario, la città ha subìto il terzo scioglimento del consiglio comunale per infiltrazioni mafiose, un dato che bisogna leggere in una prospettiva storica per comprenderne davvero la portata.

Nel 1991 le ‘ndrine erano ben rappresentate nell’amministrazione a guida DC-PSI. A soli due mesi dall’approvazione della legge sugli scioglimenti, Lamezia Terme è stato il primo grande comune a vedersi applicare il provvedimento. Ben sette consiglieri avevano chiari legami con la ‘ndrangheta. Tra questi, l’autista di Francesco Giampà “u prufissuri”, eletto con 1416 voti rastrellati nelle zone di influenza della cosca, il fratello del boss “tranganiellu”, un assessore molto vicino a Giovanni Torcasio “u longu”, visto a presidiare i seggi del proprio quartiere, e un uomo di Ciccio Iannazzo. Non mancavano i Muraca, il cui capo, ucciso nel 1989, aveva presieduto il battesimo di ‘ndrangheta di Raffaele Cutolo.

C’era poi la faccenda dello smaltimento dei rifiuti. Nonostante mezzi e risorse proprie, il comune aveva appaltato il servizio ad una società esterna con una procedura di dubbia regolarità e un’ingiustificata e sproporzionata distrazione di denaro pubblico, favorendo sfacciatamente la ditta appaltatrice non immune da sospetti di contiguità con la mafia. Sulla vicenda pesa come un macigno l’omicidio di Pasquale Cristiano e Francesco Tramonte. Come già ha fatto l’Assise di Catanzaro, infatti, è impossibile non collegare i lucrosi interessi sulla spazzatura alla morte dei due innocenti netturbini, uccisi poco dopo le elezioni del maggio 1991. In quello stesso contesto, segnato anche dall’omicidio Aversa, con la città soggiogata e impreparata a contrastare la spirale criminale, avveniva l’incredibile: il tribunale non riteneva sufficiente, per dimostrare l’esistenza di un sodalizio di ‘ndrangheta, il rinvenimento di uno statuto della criminalità in casa del nipote del vecchio boss

Luciano Mercuri. C’era ancora molta strada da fare.

Cambiato lo scacchiere dei partiti italiani dopo Tangentopoli, le pratiche politico-mafiose si sono ripresentate invariate nello scenario lametino. Dopo dieci anni di continuità amministrativa, nel 2002, mentre imperversava un’aspra guerra di mafia, mentre inchieste giudiziarie più efficaci muovevano timidamente i “Primi passi” e i lavori infrastrutturali sulla Salerno-Reggio Calabria suscitavano apprensioni per le infiltrazioni mafiose, nel palazzo di città guidato dal centrodestra alcuni consiglieri riannodavano le fila con la giunta sciolta undici anni prima. Sotto la lente della commissione d’accesso cadevano le società partecipate, tra cui quella per la gestione dell’aeroporto, così come la concessione di appalti, contributi straordinari e disinvolte sanatorie. I casi più evidenti, i lavori di valorizzazione turistica assegnati ad una ditta riconducibile alla criminalità e lo sfruttamento della grande cava di S. Sidero, riaffidata contro ogni logica e opportunità, dopo il sequestro preventivo, ad un noto imprenditore già proposto per la sorveglianza speciale, additato successivamente dagli inquirenti come “il rappresentante” delle ‘ndrine lametine e vibonesi “nei lavori di ammodernamento dell’autostrada”.Un duro colpo, quello del 2002, da cui la città ha faticosamente cercato di riprendersi. Quindici anni dopo, il terzo scioglimento del novembre 2017, basato sulle emergenze processuali dell’operazione Crisalide,

si profila forse come quello in cui la frantumazione del presente nel passato squarcia il velo in maniera più dolorosa. È giunto, infatti, dopo un periodo in cui si era respirata l’illusione di un cambiamento possibile,

dopo ingenti operazioni antimafia e altrettanti processi, che più che in altre zone hanno sottoposto le cosche alla pressione giudiziaria, e in un contesto dove finalmente da qualche anno, rivolto alla società civile, risuonava l’invito a nominare ad alta voce la ‘ndrangheta.

Fabio Truzzolillo

Ciccio M.


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